Cura Piede Diabetico Rapallo, Marco Comaschi, Endocrinologo Diabetologo
Cura Piede Diabetico Rapallo, Marco Comaschi, Endocrinologo Diabetologo
Marco Comaschi
Marco Comaschi

Presentazione

Marco Comaschi è uno specialista in Endocrinologia e Diabetologia, con esperienza clinica di quarant'anni, Primario di Medicina Interna per ventidue anni in vari Ospedali Italiani, ricercatore scientifico con numerose pubblicazioni internazionali.

Attualmente è responsabile dell'Unità Operativa di Medicina Interna presso l'Istituto Clinico Ligure di Alta Specialità (ICLAS - Villa Azzurra), struttura del Gruppo Villa Maria. Nell'ambito dell'Unità Operativa è attivo il Programma Grave Obesià (vedi www.gvmnet.it)

 

- Responsabile Dr.ssa Paola GENOVESE (spec. Dietologia, Scienza della Nutrizione)

- Corresponsabile Dr. Massimo Labate (Spec. Dietologia Scienza della Nutrizione)

 

Il Prof. Comaschi coordina un'Equipe Multidisciplinare e multiprofessionale di alta competenza.

 

Il Prof. Comaschi esegue consulenze diabetologiche, endocrinologiche ed internistiche per tutti i degenti in ICLAS, in particolare per la Cardiochirurgia, Cardiologia Interventistica e per il Programma "Piede Diabetico".

 

E' inoltre il Coordinatore del Comitato per le Infezioni Ospedaliere, dell'Unità di Gestione del Rischio e Vice Direttore Sanitario con delega al controllo di qualità ed appropriatezza delle Cartelle Cliniche

Il rapporto personale con il paziente è molto importante. Qui trovate tutte le informazioni sui servizi e prestazioni che il Centro di ICLAS, diretto dal Prof. Comaschi, fornisce ai propri pazienti, dalla diagnostica alla terapia.

Approfondimenti

 Che cos'è il Diabete?

 

Bene. È venuto il momento di cercare di capire che cosa è questo Diabete di cui tante persone parlano senza saperne poi un gran che.  Quante volte Le sarà capitato di sentire il vicino di casa, o il negoziante del quartiere dire la sua sul diabete? Tutti sono professori: questa medicina è migliore dell’altra, la dieta di moda è più efficace per perdere peso, e magari qualche improbabile erba orientale che promette guarigioni miracolose. Nulla è più deleterio delle informazioni sbagliate. Vediamo di orientarci.

Ci serviremo di un parallelo abbastanza banale, ma indubbiamente efficace. Il nostro organismo funziona, grossolanamente, come una macchina, un’automobile, che per muoversi, e vivere, ha bisogno del carburante.  Per far andare la macchina abbiamo bisogno di passare al distributore di benzina e di fare il pieno. La benzina dal serbatoio viene portata al motore, e viene bruciata da una scintilla, e bruciando produce energia, e l’energia si trasforma in movimento.

Il nostro benzinaio è la tavola dove ci sediamo per mangiare, la nostra benzina sono gli alimenti, il motore che brucia la benzina sono le cellule di tutto l’organismo. Può sembrare forse un po’ troppo semplicistico, ma serve per capire. I cibi che noi mangiamo contengono fondamentalmente tre elementi in grado di produrre energia : le proteine,  i grassi e gli zuccheri. Ciò che l’organismo considera la “benzina super” sono gli zuccheri, ed in particolare uno zucchero molto semplice, il glucosio, che viene assorbito attraverso l’intestino e sciolto nel sangue. Dal sangue il glucosio, per essere “bruciato” e produrre energia, deve entrare dentro ogni cellula. L’ingresso del glucosio dentro le cellule non è un meccanismo semplice: esiste una specie di “porta” obbligatoria attraverso la quale deve passare, una porta che ha anche un nome, si chiama Glut 4, e che ha una specie di “serratura” che può essere aperta solo in presenza di una sostanza, un ormone, l’insulina, che funziona come una “chiave di accesso” per aprire la porta Glut 4. L’insulina è una grossa proteina prodotta da una speciale ghiandola che si trova nel Pancreas, fatta di specifiche cellule che “sentono” la quantità di glucosio che gira nel sangue, e, in presenza di quantità aumentate, come dopo un pasto, aumentano la loro capacità di secrezione dell’ormone.

Bene. Compreso questo meccanismo, possiamo adesso capire cosa succede quando per qualche motivo qualcosa non funziona come dovrebbe. Il Diabete è proprio la condizione in cui questo meccanismo non funziona. Esistono sostanzialmente due tipi di diabete molto differenti tra loro, e poi una terza forma molto particolare:

1.       Il Diabete di tipo 1 è la condizione in cui, per un’ importante infiammazione  delle cellule del Pancreas che producono insulina, queste progressivamente muoiono, e la ghiandola non è più capace di fornire l’insulina. È la condizione per cui manca la chiave che apre la porta delle cellule al glucosio. La porta resta chiusa ed il glucosio, che dovrebbe entrare per essere bruciato, resta invece in grande quantità all’interno della circolazione sanguigna. In questo caso l’unica possibilità di cura è quella di sostituire dall’esterno la mancanza dell’ormone, con le iniezioni di insulina necessarie per mantenere la funzione vitale delle cellule dell’organismo. In passato questo tipo di diabete veniva chiamato anche “insulino-dipendente”, proprio perché le persone affette devono obbligatoriamente essere curate con l’insulina per poter sopravvivere. Esso era anche conosciuto come “diabete giovanile”, perché è molto più frequente in età evolutiva, o addirittura infantile, anche se oggi sappiamo che può presentarsi, sebbene in misura molto minore, anche in età adulta. Molti anni fa veniva anche chiamato “diabete magro”, dal momento che i giovani colpiti da questa malattia perdevano molto peso. Il motivo della perdita di peso è molto semplice: se l’organismo non può utilizzare il glucosio, la “benzina super”, per produrre energia, utilizza un altro carburante, un “gasolio”, che non ha bisogno di chiavi di nessun tipo per essere bruciato. Il nostro “gasolio” sono i grassi di riserva, che quindi vengono rapidamente consumati. La causa della grave infiammazione pancreatica che provoca la morte delle cellule che producono l’insulina è singolare: si tratta di un “errore” geneticamente determinato dell’organismo, che non riconosce come proprie quelle cellule, e mette in atto una specie di “rigetto” nei loro confronti, come se fossero cellule trapiantate da un’altra persona. E’ quella che in medicina si chiama “autoimmunità”, e che, in realtà, è il meccanismo di numerose altre malattie, come per esempio tutte le forme di tipo reumatico. L’ereditarietà di questa forma di diabete consiste proprio nella predisposizione genetica a sviluppare l’autoimmunità: non si eredita la malattia, ma la tendenza a formare anticorpi contro se stessi. Il diabete di tipo 1 rappresenta circa il 10% di tutti i casi di diabete.

2.       Il Diabete di tipo 2 invece è di gran lunga più diffuso in tutto il mondo, in particolare nei Paesi sviluppati ed in quelli in via di sviluppo, ed è in progressiva crescita dovunque. In questo caso l’insulina, quella famosa chiave che apre la porta delle cellule per far passare il glucosio, viene prodotta dal pancreas, anche se sostanzialmente in misura un po’ minore del normale con il passare del tempo. Tuttavia l’insulina prodotta in queste persone trova difficoltà ad agire bene: è un po’ come se la chiave sforzasse la serratura per aprirla. È quella che si chiama “insulino-resistenza”. In questo caso una particolare condizione genetica, ereditaria, tende a far accumulare molti grassi nell’addome, e questo eccesso di grasso fa sì che l’insulina non funzioni come dovrebbe. Il risultato è ancora una volta la difficoltà del glucosio a passare dentro le cellule per essere bruciato, e una quantità eccessiva di glucosio che ristagna all’interno della circolazione sanguigna. L’organismo cerca allora di produrre più tanta insulina, e per un po’ ci riesce, ma ad un certo punto la capacità delle insule pancreatiche non è più in grado di rispondere alle necessità. Questo tipo di diabete era anche chiamato, in passato, “non insulino-dipendente”, perché la cura della malattia non è obbligatoriamente la sostituzione dall’esterno dell’ormone mancante, ed è anche spesso noto come “diabete dell’adulto”, perché compare in genere solo dopo i 40 anni, o, molto spesso solo nelle ultime decadi di vita delle persone. In Paesi dove si assiste, da molti anni, ad una crescente presenza di obesità per un’alimentazione incongrua anche in età infantile o adolescenziale, il Diabete di tipo 2 sta iniziando a presentarsi anche nelle fasce di età più giovane, con problematiche sanitarie di rilevante importanza. Il motivo per cui questa forma di diabete era anche chiamato in passato “diabete grasso” sta proprio nella grandissima frequenza di obesità in questi soggetti.

3.       Il diabete gestazionale. È una forma che compare durante la gravidanza, quasi sempre senza alcun sintomo da parte della donna, ma che viene scoperto durante i normali esami che si eseguono nel corso della gestazione. È molto importante che venga eseguito un test di diagnosi del diabete gestazionale nelle donne in gravidanza, specie se esistono familiarità per il diabete, dal momento che questa forma di diabete può essere molto pericolosa per il bambino, sia per il rischio molto alto di aborto, sia per possibili malformazioni fetali alla nascita. Quasi sempre il diabete gestazionale scompare dopo il parto, ma le donne che hanno avuto questa forma di diabete hanno un’elevata probabilità di diventare poi diabetiche successivamente.

Quindi, pur se con meccanismi molto diversi, in ognuno  dei tipi di diabete il dato sostanziale, comune ad entrambi è la presenza di un eccesso di glucosio nel sangue: l’iperglicemia.

Ognuno di noi che abbia provato a sciogliere dentro un bicchiere d’acqua, o una tazzina di caffè, una quantità eccessiva di zucchero, sa che l’acqua e il caffè diventano più densi, e che non tutto lo zucchero si scioglie. Lo stesso accadrebbe per il sangue: se la quantità di zucchero presente nel sangue è superiore al dovuto, la densità del sangue aumenta, con difficoltà alla circolazione per aumento della vischiosità. Il nostro organismo deve allora mettere in atto dei sistemi di “difesa”. Il primo e più valido sistema è quello di espellere l’eccesso di zucchero circolante, e la via attraverso ciò è possibile è quella dei reni: lo zucchero viene “buttato via” con le urine. Naturalmente per poter urinare l’eccesso di zucchero è necessario scioglierlo in grandi quantità di acqua, e quindi bisogna urinare molto di più e molto più spesso. Ciò fa sì che si perda anche molta acqua, e che si sviluppi una forte sete, con necessità di introdurre grandi quantità di liquidi. Ed ecco che abbiamo scoperto i sintomi del diabete: eccesso di urinazione (poliuria), ed eccesso di sete (polidipsia), stanchezza per la mancanza di energia. Sintomi che possono talora essere intensi, soprattutto nel caso del diabete di tipo 1, ma che molto più spesso sono quasi inavvertiti dalle persone, che non danno loro particolare importanza. Difficilmente qualcuno va dal proprio medico a lamentare questi sintomi; è più facile che ci vada magari per qualche infiammazione ai genitali, o ai denti e alle gengive. Segni di facile attecchimento di qualche germe in presenza di un eccesso di zucchero nei tessuti. Sarà più spesso il medico che, allertato dalla presenza di queste infiammazioni tutto sommato banali, chiederà al suo paziente se per caso non abbia anche avvertito un aumento della sete o la necessità di urinare più spesso. A quel punto un semplicissimo esame delle urine potrà dimostrare la presenza di glucosio (glicosuria), che normalmente non dovrebbe esserci, e un altrettanto semplice prelievo anche solo di una goccia di sangue dimostrerà un aumento del glucosio nel sangue (iperglicemia).  

Diagnosi

 

Glicemia a digiuno

Glicemia dopo carico orale di glucosio (2 ore)

Sintomi

Diabete

Ø  126 mg/dl più di una volta

Ø  200 mg/dl

presenti

Prediabete:

ridotta tolleranza agli idrati di carbonio

Qualsiasi

Ø  140 mg/dl e < 200 mg/dl

assenti

Prediabete:

alterata glicemia a digiuno

Ø  100 mg/dl e < 126 mg/dl

qualsiasi

assenti

 

Ma allora, se i sintomi sono modesti, se non ci sono dolori, se tutto sommato la vita quotidiana, il lavoro, non ne risente in nessun modo, perché mai stiamo insistendo su questo problema? È davvero un problema? L’iperglicemia, di cui abbiamo appena finito di parlare, riduce in qualche misura la capacità di vivere bene? Vale la pena di curarla?  

La risposta ovviamente è sì, ma cerchiamo di capire perché.

È stato ormai dimostrato da tutta la ricerca clinica e scientifica che la presenza di iperglicemia cronica nel tempo provoca un danno alla circolazione. Ad essere danneggiate sono le pareti dei vasi sanguigni, in particolare delle arterie, piccole o grandi che siano, e dei vasi capillari. Il danno consiste in un lento e progressivo indurimento delle pareti dei vasi, ulteriormente aumentato dall’ipertensione (pressione arteriosa alta) e dall’eccesso di grassi circolanti (colesterolo, trigliceridi). Si formano, sulle pareti, delle “placche”, il cui nome scientifico è “ateromi”, che non solo riducono la possibilità di passaggio del sangue, ma che spesso creano delle vere e proprie “ferite” interne, che possono andare incontro ad infiammazione e a “trombosi”, ossia completa occlusione. Una trombosi in un’arteria coronarica provoca l’infarto, in un’arteria del cervello provoca un ictus, in un’arteria delle gambe può portare anche all’amputazione di un arto. A livello dei capillari il danno occlusivo provocato dall’iperglicemia comporta un’importante alterazione dei flussi di ossigeno ai tessuti: gli organi più ricchi di circolazione capillare sono i reni, ed allora il diabete può provocare insufficienza renale progressiva; la retina, e l’iperglicemia cronica può portare alla retinopatia diabetica, con rischio di perdita della funzione visiva; i nervi periferici, che sono come dei fili elettrici che governano la sensibilità, ed in questo caso si può avere la neuropatia diabetica che provoca crampi dolorosi e talvolta anche la perdita della capacità di sentire gli stimoli esterni.

Quelle che abbiamo appena descritto sono le cosiddette “complicanze” del diabete, ed il termine complicanze fa capire bene che si tratta di malattie che si verificano perché c’è il diabete e soprattutto perché il diabete non è sufficientemente controllato. Allora, per riassumere quello che abbiamo appena detto, le complicanze del diabete sono:

  1. Microangiopatiche (riguardano i danni della circolazione capillare):

a.       Retinopatia diabetica: si tratta di un’alterazione della microcircolazione della retina degli occhi, che provoca piccole emorragie interne all’occhio stesso e riduzione più o meno grave della capacità visiva. Si scopre facilmente con un esame oculistico diretto (esame del fundus), e viene trattata con efficacia dalle applicazioni di un fascio di luce laser nelle zone malate. Può essere presente in tutte e due le principali forme di diabete, e qualche volta, nel diabete di tipo 2, viene anche trovata al momento della diagnosi (e questo significa che il diabete era già presente da tempo, ma non era stato scoperto). I controlli periodici dallo specialista oculista (in genere una volta ogni due anni) sono in grado di evidenziarla precocemente, e di curarla con efficacia.

b.      Neuropatia diabetica: si tratta di un’alterazione dei nervi periferici, legata a disturbi della circolazione capillare. I sintomi in genere sono rappresentati da crampi alle gambe, formicolii, alterazioni della sensibilità tattile e dolorifica. La perdita della sensibilità, specie nei piedi, può provocare danni importanti. Se qualcuno per esempio porta scarpe troppo strette, oppure con qualche irregolarità nella suola, può non avvertire dolore, e, col tempo, può andare incontro a qualche piccola ferita del piede che guarisce con difficoltà, e che può diventare la porta di ingresso per germi e microbi, che provocano infezioni. Le infezioni dei piedi sono molto pericolose nella persona con diabete; possono addirittura portare al rischio di amputazione. La neuropatia diabetica può anche interessare i nervi interni al corpo, e dare origine a disturbi digestivi (dilatazione dello stomaco), urinari (vescica atonica), e cardiaci (“sbalzi” della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa da sdraiati o in piedi). Se la neuropatia diabetica è anche accompagnata da disturbi della circolazione arteriosa periferica diventa ancora più rischiosa, sia per le malattie del piede, sia per la disfunzione genitale erettile (incapacità ad avere o mantenere l’erezione maschile). Il Medico di famiglia, o lo specialista diabetologo, controllando periodicamente i riflessi nervosi delle gambe con un semplice martelletto, con un diapason, o con un piccolissimo filo di nylon, sono in grado di riconoscere molto bene e precocemente l’eventuale presenza della neuropatia, ed eventualmente far eseguire alcuni esami più approfonditi (velocità di conduzione nervosa, test della neuropatia cardiovascolare). È importantissimo che il medico guardi spesso i piedi, e che anche il paziente abbia un occhio di riguardo per i suoi piedi.

c.       Nefropatia diabetica: i reni sono organi molto ricchi di capillari. Le alterazioni provocate dal diabete, specie se accompagnato da ipertensione arteriosa (pressione alta), comportano una progressiva perdita di funzione degli organi renali, che è caratterizzata dalla comparsa di piccole quantità di proteine (albumina) nelle urine (Microalbuminuria). La nefropatia diabetica non curata può procedere fino all’insufficienza renale ed alla dialisi, o alla necessità di trapianto. Eseguire con regolarità l’esame delle urine e la ricerca della microalbuminuria è un modo molto semplice di riconoscere precocemente tale malattia, e prendere le misure adeguate.

 

  1. Macroangiopatiche (riguardano i danni della circolazione delle grandi arterie)

a.       Cardiopatia coronarica (o ischemica, che vuol dire con poco ossigeno). Il danno che il diabete provoca alle pareti delle arterie è uguale a quello dell’arteriosclerosi: le pareti si induriscono, si formano delle placche ricche in colesterolo che riducono il passaggio del sangue e quindi dell’ossigeno che va al cuore, e si può arrivare all’occlusione (trombosi) che provoca l’infarto del miocardio. La persona con diabete non sufficientemente controllato ha un rischio di infarto che è circa il doppio di quello delle persone che non hanno il diabete. In particolare le donne con diabete hanno un rischio molto maggiore,  uguale a quello degli uomini. La cardiopatia ischemica è molto più frequente nel diabete di tipo 2. Un regolare controllo dell’Elettrocardiogramma (almeno una volta all’anno), sia a riposo che sotto sforzo,  è in grado di vedere con anticipo la presenza di alterazioni coronariche.

b.      Cerebropatia vascolare ischemica. Il tipo di alterazione è uguale a quello delle arterie coronarie del cuore, ma in questo caso l’interessamento è quello dei grandi vasi che portano il sangue al cervello (carotidi). Il frequente accoppiamento di diabete ed ipertensione, specie nelle età più avanzate, comporta un aumentato rischio di ictus. L’esame che rivela la presenza di alterazioni delle carotidi è il Doppler. È corretto eseguirlo periodicamente, almeno una volta ogni due anni.

c.       Arteriopatia periferica. In questo caso i vasi interessati sono quelli delle gambe, sempre con lo stesso tipo di alterazioni. Se esiste una riduzione del flusso di sangue ad una gamba è possibile che si avverta dolore durante il cammino, con necessità di fermarsi per farlo passare. L’arteriopatia periferica è un grave rischio per le infezioni del piede, già nominate in precedenza. Anche in questo caso un esame doppler è in grado di vedere precocemente le lesioni vascolari. Anche il Medico di Famiglia, o lo specialista diabetologo possono eseguire un test molto rapido che consente di capire subito se c’è o non c’è un disturbo della circolazione periferica: basta misurare la pressione arteriosa con un piccolo apparecchio doppler al braccio ed alla gamba. Se la pressione è più alta nelle braccia rispetto alle gambe significa che la circolazione non è perfetta. L’esame si chiama Indice Caviglia Braccio (ABI, dall’inglese Ankle Brachial Index). Non ci vogliono più di cinque minuti in ambulatorio. L’arteriopatia periferica è anche la causa più importante di disturbi della sessualità maschile.  Tutte queste malattie circolatorie sono fortemente aumentate dal fumo di tabacco, ed è questo il motivo per cui una persona con diabete ha mille ragioni in più per non fumare, o per smettere.

 

Dopo questa descrizione ci sarebbe una buona ragione per deprimersi. E invece no. Perché fino ad ora abbiamo mostrato il “bicchiere mezzo vuoto”, ma da ora in poi vedremo il “bicchiere mezzo pieno”.

I motivi dell’ottimismo, malgrado tutte queste pessime notizie, stanno nel fatto, ormai appurato da tutte le ricerche cliniche fatte in questi ultimi venti anni, che le complicanze del diabete non sono ineluttabili, obbligatorie, ma che possono molto efficacemente essere prevenute. La prevenzione efficace consiste nel controllare bene e sempre il diabete, l’ipertensione e gli altri fattori di rischio (fumo, ipercolesterolemia, obesità). Nelle parole BENE e SEMPRE sta il segreto del successo. Bene significa tenere sotto controllo i valori della glicemia, della pressione arteriosa, del colesterolo, in modo che siano normali. Sempre è un po’ più difficile, ma forse è ancora più importante: più difficile perché implica il non doversi mai dimenticare che il diabete c’è, ci accompagna in ogni istante della vita, più importante perché solo con la costanza si ottiene davvero la prevenzione dei guai. Adesso vedremo insieme come si fa: vedremo in primo luogo quali sono gli obiettivi da raggiungere e mantenere, quali sono gli esami da controllare periodicamente, e quali cure dobbiamo mettere in atto, sia di tipo non farmacologico, sia invece attuabili con i farmaci che la ricerca scientifica ci mette oggi a disposizione.

Obiettivi del controllo

 

Tipo di esame

Valori da raggiungere e mantenere

Periodicità dei controlli

Emoglobina glicosilata (hbA1c)

< 6.5%

Ogni  4 – 6 mesi

Glicemia a digiuno

100 – 120 mg/dl

Ogni  4 – 6 mesi in laboratorio

Ogni settimana a domicilio (autocontrollo)

Glicemia postprandiale (due ore dopo un pasto)

120 – 140 mg/dl

Ogni  4 – 6 mesi in laboratorio

Ogni settimana a domicilio

(autocontrollo)

Colesterolo LDL

< 100 mg/dl

Una volta all’anno

Colesterolo HDL

>40 mg/dl Maschi

>50 mg/dl Donne

Una volta all’anno

Pressione Arteriosa

130/85 mm Hg

Ad ogni visita medica

Circonferenza della vita

< 102 cm Maschi

< 88 cm Donne

Una volta al mese a casa propria o dal medico

Indice di Massa Corporea

< 25 kg/mq

Una volta all’anno dal medico

Trigliceridi

< 150 mg/dl

Una volta all’anno in laboratorio

 

 

Alcuni dei termini che sono citati nella tabella qui sopra hanno bisogno di qualche spiegazione.  Cerchiamo di capire insieme:

  1. Emoglobina Glicosilata, o Glicata. HbA1c. E’ forse l’esame più importante per il controllo del diabete. Il laboratorio, con questo esame, dosa la quantità di glucosio presente dentro un singolo Globulo Rosso, che, come è noto, è la cellula del sangue che trasporta l’ossigeno. Poiché nel nostro corpo ogni globulo rosso vive in media circa 120 giorni, e poi viene sostituito da una nuova cellula, la quantità di glucosio presente al suo interno rappresenta la media di tutte le glicemie dei 120 giorni precedenti il giorno dell’esame. Quindi l’Emoglobina Glicosilata è l’espressione di come è stata la media delle glicemie di ogni giorno dei quattro mesi precedenti. È stato dimostrato che più l’HbA1c è alta, più è alto il rischio di andare incontro a complicanze, e, ciò che più conta, è stato dimostrato che più si riesce a tenere vicina alla norma l’HbA1c più si riduce il rischio delle complicanze. L’obiettivo ideale sarebbe quello di mantenerne i valori sempre al di sotto del 6.5 – 7%. Per ogni persona va identificato, e concordato, un obiettivo raggiungibile, sulla base delle valutazioni cliniche del Medico, che va poi  aggiornato di volta in volta, tendendo sempre al meglio possibile.
  2. Colesterolo LDL. È quella parte del colesterolo definita spesso come “cattiva”, perché alti valori comportano un aumento del rischio. I valori da raggiungere in presenza di diabete sono un po’ più bassi di quelli che si richiedono alle persone che sono invece affette da diabete, ed è frequente che si debba ricorrere anche a cure con farmaci per ottenerli.
  3. Colesterolo HDL. È quella parte del colesterolo definita spesso come “buona”, perché protegge dagli eventi cardiovascolari. Solo una regolare attività fisica e l’astensione dal fumo consente di ottenere valori più alti. Non esistono ancora farmaci in grado di migliorarlo.
  4. Trigliceridi. Sono i grassi circolanti nel sangue. Dipendono molto dall’alimentazione, specie se troppo ricca in zuccheri. Valori di Trigliceridi molto elevati possono provocare anche infiammazioni del Pancreas, e comunque si accompagnano sempre a riduzione del Colesterolo HDL (buono). Anche il fumo di tabacco li fa aumentare, mentre l’attività fisica li riduce.
  5. Circonferenza della vita. Si tratta di una semplice misurazione con il metro del sarto. Più è alta e più tanto è il grasso della pancia. La presenza di grasso nell’addome è un segno che l’organismo non ha una buona sensibilità all’insulina, e quindi il diabete è più difficilmente controllabile.
  6. L’indice di massa corporea. È il rapporto tra altezza e peso (peso in kg diviso per il quadrato dell’altezza espressa in metri), ed indica lo stato di normopeso (da 19 a 25), di sovrappeso (da 26 a 28) e di obesità (superiore a 28). Più ci si avvicina alla norma e più è facile controllare il diabete. Il peso ovviamente dipende da quanto si mangia e da quanto si consuma. Se si consumano più calorie di quelle che si mangiano si perde peso, se sono uguali si resta sempre dello stesso peso, se se ne introducono di più di quelle che si consumano si ingrassa. Quindi perdere peso è facile: basta consumare un po’ di più e mangiare un po’ di meno.  Anche in questo caso gli obiettivi da raggiungere vanno concordati tra medico e paziente, e debbono sempre essere ragionevoli e progressivi: inutile chiedere ad un obeso di perdere trenta chili in pochi mesi. Non ci riuscirebbe, e se per caso ci riuscisse, recupererebbe il peso perduto molto rapidamente. Molto meglio concordare quale potrebbe essere un calo ponderale realistico nell’arco di un semestre, o un anno.

 

 

 

Esami periodici

 

Esami da eseguire

Ogni quanto tempo

Dove

Visita medica generale

Una volta ogni due mesi

Dal proprio medico di famiglia

Visita Specialistica Diabetologica

Una volta all’anno se in buon compenso; ogni  4 – 6 mesi se il compenso non è raggiunto (HbA1c > 7%)

Al Servizio di Diabetologia della propria ASL

Visita Specialistica Oculistica

Una volta ogni due anni se l’esame del fundus è normale

Al Servizio di Diabetologia

Elettrocardiogramma a riposo

Una volta all’anno

Al Servizio di Diabetologia o dal proprio medico di famiglia

Elettrocardiogramma da sforzo

Una volta ogni tre anni; obbligatorio se si intende fare sport

Al Servizio di Cardiologia collegato con quello di Diabetologia

Ecocolordoppler carotidi e arti inferiori

Una volta ogni due – tre anni

Al Servizio di Diabetologia

Esame del piede

Ogni volta che si fa una visita

Dal Medico di Famiglia e dallo specialista diabetologo

 

 

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Marco Comaschi

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